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» Sei in: Cassaz. Pen. n. 41340/2006 - Testimoni processo penale - ingiuria diffamazione

Data sentenza: 18 Dicembre 2006

N° sentenza: 41340

Materia: Procedura Penale

Giudice: Fumo Maurizio (relatore udienza)

Organo giudicante: Corte di Cassazione Penale

Località: Roma

 


CASSAZIONE PENALE Sentenza del 18/12/2006 n. 41340


 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NARDI Domenico Presidente

Dott. MARINI Pierfrancesco Consigliere

Dott. AMATO Alfonso Consigliere

Dott. SANDRELLI Gian Giacomo Consigliere

Dott. FUMO Maurizio Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA/ORDINANZA

sul ricorso proposto da:

1) E.M.P. N. IL (X.);

avverso SENTENZA del 10/03/2006 CORTE APPELLO di FIRENZE;

visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere Dott. FUMO MAURIZIO;

udito il PG in persona del Sost. Proc. Gen. Dr. E Cedrangolo che ha chiesto annullarsi con rinvio in punto pena la sentenza impugnata e rigettarsi nel resto;

udito il difensore della PC avv. S. C, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il difensore della imputata, avv. S. O., in sost.ne avv. P. Corsi, che, illustrando i motivi del ricorso, ne ha chiesto l'annullamento.

Svolgimento del processo - Motivi della decisione

OSSERVA

E.M.P. è stata condannata in primo grado alla pena di giustizia perchè ritenuta colpevole di ingiuria in danno di S.R. e della contravvenzione ex art. 674 c.p..

La Corte di appello di Firenze, con sentenza 10.3.2006, ha confermato la pronunzia del Tribunale.

Ricorre per Cassazione il difensore dell'imputata e deduce:

1) mancanza e manifesta illogicità di motivazione, nonchè violazione degli artt. 173, 179, 190, 468, 493, 495 c.p.p., con riferimento alla revoca del provvedimento di ammissione dei testi della difesa, giustificata con l'assenza del difensore (in realtà allontanatosi per un malore) e con la mancata conoscenza da parte del giudice circa la avvenuta citazione ad opera della parte interessata dei testi predetti. La questione, sollevata con l'atto di appello, non ha ricevuto logica risposta da parte del giudice di secondo grado, atteso che i provvedimenti relativi alla ammissione delle prove vanno assunti, sentite le parti, cosa che non è avvenuta. E' stato quindi violato sia il contraddicono che il diritto alla prova.

Oltretutto il malore che colpì il difensore non era lieve, tanto che lo stesso fu ricoverato in ospedale. Si è in sintesi verificata violazione del diritto di difesa. Non avendo assunto i testi della difesa, infatti, la Corte ha emesso una sentenza unilaterale, fondata solo sulle prove offerte dall'Accusa. Analoga carenza motivazionale si è manifestata nella parte della sentenza di secondo grado relativa al trattamento sanzionatorio, atteso che, con l'atto di appello, ne era stata lamentata la eccessività, non essendo stato applicato il minimo, nè riconosciute le attenuanti ex art. 62 bis c.p. ed essendo stata applicata la pena detentiva in luogo di quella pecuniaria;

2) erronea applicazione degli artt. 594 e 674 c.p., invero in appello il teste B. ha chiarito che le espressioni ingiuriose non furono pronunziate in presenza della PO, ma furono riferite "in forma discorsiva" a una terza persona (la figlia della querelante). Dunque non risulta integrato il delitto ex art. 594 c.p., mentre la contravvenzione ex art. 674 c.p. non sussiste, atteso che la teste predetta ha chiarito che la E. rovesciava secchi d'acqua sulla sua terrazza e che il liquido, scorrendo verso il basso, forse sfiorò la S.;

3) mancata assunzione di prova decisiva per non essere stati assunti i testi della difesa, nè i carabinieri, che erano gli unici "neutrali";

4) omessa motivazione sulla pena: la Corte di appello non ha motivato sulle censure relative al trattamento sanzionatorio e alla quantificazione del risarcimento del danno. Tanto premesso, rileva questo Collegio che la questione relativa all'impedimento del difensore (manifestamente inammissibile in quanto meramente dedotto e non documentato, nè all'epoca dei fatti, nè posteriormente) deve essere tenuta distinta da quella relativa alla mancata ammissione dei testi della difesa, pur tempestivamente indicati nella "lista" di parte e dei quali era stata autorizzata la citazione. Dall'esame degli atti - consentito e necessario in considerazione della natura della censura - si evince che, all'udienza del 24.6.2004, il giudice autorizzò la citazione dei testi della difesa, rinviando alla successiva udienza per la loro escussione. All'udienza del 4.11.2004, essendo assente, come premesso, il difensore di fiducia, fu nominato difensore di ufficio. Il giudice, costatata l'assenza dei predetti testi, senza avere ascoltato le parti, ne revocò l'ammissione, procedendo oltre nel dibattimento e pervenendo alla decisione.

Ebbene la giurisprudenza di questa sezione ha avuto modo di ritenere (ASN 200005603-RV 216112 e, per quanto attiene al procedimento innanzi al GdP, ASN 200538669-RV 232561) che, nell'ipotesi in cui, a seguito di decreto di autorizzazione emesso ai sensi dell'art. 468 c.p.p., comma 2, la parte non provveda alla citazione del testimone, il giudice non può revocare la prova ammessa, a meno che essa non risulti superflua, secondo quanto prevede l'art. 495 c.p.p., comma 4.

Ciò in quanto l'omessa citazione del testimone non ha alcuna incidenza sui criteri di ammissione della prova, atteso che il provvedimento di autorizzazione alla citazione non vincola la decisione sull'ammissibilità della prova, la quale segue alla cognizione dei fatti in sede di udienza dibattimentale, nonchè alla valutazione di pertinenza e rilevanza della prova richiesta. Ne deriva che, a seguito di tale preventiva autorizzazione,la parte ha una mera facoltà di provvedere alla citazione dei testi e non un onere processuale, dal cui inadempimento deve conseguire la sanzione automatica della decadenza, con l'ulteriore conseguenza che, se la parte non ha provveduto alla citazione dei testi, il giudice deve autorizzare nuovamente la citazione per un'udienza successiva.

E' pur vero che esiste difforme orientamento (ASN 199909335-RV 214255; ASN 199906026-RV 214061) che interpreta come comportamento concludente (e quindi come rinunzia al teste) quello della parte che, pur autorizzata alla citazione, non vi provveda e non giustifichi tale omissione, ma tale impostazione non può esser condivisa, per due ordini di motivi: una cosa, innanzitutto, è il rilievo circa la mancata presenza (e/o citazione) dei testi, altra è la presunzione circa la rinunzia della parte agli stessi, altra ancora è, poi, un giudizio circa la loro superfluità. Quanto al primo aspetto, nessuna norma di legge consente di fondare la presunzione; quanto al secondo, è noto che il potere di revoca compete al giudice in base alle risultanze della istruzione dibattimentale. Ma, in tale ultimo caso, esso deve essere esercitato previa esaustiva motivazione e, ciò che maggiormente rileva, nel contraddicono delle parti (a maggior ragione dopo la modifica dell'art. 111 Cost., in base al quale come è noto, l'accusato deve avere, tra le altre, la possibilità di ottenere la convocazione e l'esame di persone a sua difesa).

Ebbene, nel caso in esame, risulta che, all'esito della escussione dei testi del PM, il giudice, rilevata l'assenza dei testi della difesa, ne ha revocato l'ammissione, senza avere ascoltato le parti e senza avere giustificato con un valido giudizio di superfluità tale esclusione. E poichè l'ordinanza de qua deve ritenersi essere stata impugnata già in appello (evidentemente ex art. 586 c.p.p.), ne deriva la fondatezza del ricorso e il suo accoglimento, con la conseguenza che la sentenza in scrutinio va annullata con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della medesima Corte di appello. Le residue censure restano ovviamente assorbite.

P.Q.M.

la Corte annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Firenze per nuovo esame.

Così deciso in Roma, il 23 novembre 2006.

Depositato in Cancelleria il 18 dicembre 2006

 



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